
Lasciando andare libera la mente







Cos’è questo caldo sul mio corpo, questa strana sensazione di benessere, le sue piccole dita stanno sfiorando il mio corpo, sono già pronte a coccolarmi, come questa notte. Le sento piccole ma decise camminare sino ad appoggiarsi con il palmo sull’addome, e poi fermarsi statiche come volermi trasmettere tutto il suo calore, come volermi dire ci sono, ti sto vicina. Il sapore dell’alcool percuote per un istante la mia testa, come un onda improvvisa e poi via, tutto normale. Dovrei alzarmi lei non è ancora sveglia, non posso stare in questo letto, non posso correre questo rischio, ma le sue mani sono così strette a me, mi sento sereno, fuori dal mondo, disteso sul velluto di un carion di cui nessuno ha la chiave.

Ma non ho tempo di fermarmi, la vita mi ha rubato molto devo riprendermi quel che è mio la parte che mi spetta e se non mi alzo, vedo il suo viso, ed i suoi occhi chiusi, quel sorriso anche mentre dorme, ma come faccio a resisterle, un’ultima volta e poi me ne vado, devo riprendermi ciò che è mio, delicatamente, le sfioro delicatamente le labbra, la sento emettere un piccolo suono, le tolgo i capelli dal viso, la pelle chiara mi accende la sfioro ora con le labbra, è immobile. Fa caldo nella stanza, il lenzuolo la copre appena, lascia intravedere la nudità del corpo, candide linee, da percorrere con la punta delle dita come volerla memorizzare, si è così che ho iniziato! Toccando con le dita i profili del mondo di tutto ciò che mi piaceva da quando sono nato, toccavo per capire le distanze le grandezze intorno a me toccavo per capire il bene e il male era il mo unico mezzo di comunicazione, guadavo e toccavo, per poi ricordare, essere pronto quando lo stesso oggetto si fosse posto di fronte a me. E non ho smesso più, finché un giorno questo mio gioco mi ha fatto capire di essere diverso, che avevo qualcosa in più che io sapevo riprodurre esattamente quello che toccavo, mi bastava un piccolo mezzo e tutto veniva esattamente riprodotto. Ed ora con te è la stessa cosa ti tocco e ti conosco, punto per punto, ogni curva ogni ombra, ti sto imparando ti sto facendo mia, ti sto rubando l’anima. Mi soffermo con la mano sui piedi, sottili, curati,e morbidi, adoro la vista delle vene sul dorso, il nervo teso che si appoggia sul tallone le ossa sporgenti prima di salire su per la gamba, fino al ginocchio dove mi fermo ancora ne sento bene la forma, è importante per l’equilibrio di tutta la gamba, perfetto, ed ora salgo ancora nell’interno della sua coscia, ma qui la mia mano si fa più forte, è più presente lei si inarca ma tiene gli occhi chiusi, non vuole svegliarsi, vuole che io sia il suo sogno, ed io adoro essere sogno. Più salgo più la sento irrigidire, la mano inizia a sentire il calore che emana il suo desiderio, ma devo resistere, devo farla attendere devo farmi desiderare, deve chiedermelo lei,
ed eccola la sua mano arrivare verso il bassa le sue gambe rannicchiarsi, e la bocca finalmente ora si apre, respira forte ma gli occhi sono sempre chiuso ed io sono il suo sogno. Le nostre mani una sopra l’altra ora è lei che guida,ed io la seguo perché voglio sentire come vuole il suo piacere, credo che ogni persona in un rapporto dovrebbe ascoltare come l’altro trova il piacere, ed io non ho la superbia di capire tutto, mi lascio insegnare da lei in silenzio e seguo con la mano memorizzo, solo così so che le darò il massimo piacere. E lei lo apprezza la mia non resistenza la fa sentire libera come se improvvisamente sul quel letto fosse sola, la sua mente ed il suo corpo, inizia a toccarsi lentamente sento tra le dita il suo piacere sincero e libero più che mai mi allontano leggermente dal suo corpo e la guardo mentre con la mano finisco di percorrere tutto il suo profilo, lei è la che mi fa vedere che mi fa sentire importante perché ha rotto lo spazio che si trova tra di noi mi ha concesso la sua intimità i suoi segreti viziosi e taciuti a chiunque ora possiamo stare l’uno dentro l’altra e ed essere un unico corpo convulso confuso, bagnato di ogni sapore cosparso di ogni odore, vorrei staccarmi dal corpo e poterci guardare dall’alto, avvolti risucchiati tra i veli di questo letto, proprio ora, ora che so che domani non ci rivedremo, perché come ho già detto devo tornare a prendermi ciò che mio, e devo farlo solo porterò con me il suo profilo ma ora basta, scusate ascoltatori, spengo il cervello ed apro i sensi!
Un brivido di freddo, lo sento improvvisamente scorrere bruciante come una scossa a 220 volt, fa sbloccare le mie palpebre prima di essere colpite da un tiepido raggio di sole, inizio col vedere un sottile chiarore, provo ad aprire un po’ di più gli occhi, solo un’immagine sbiadita come tutti i miei pensieri d'altronde.
Tornare in me, oggi non ne sento la forza e forse neanche il desiderio, forse devo ammettere a me stesso che in realtà adoro avere la mente offuscata, imbarazzata, mi fa sentire protetto come se avessi intorno un barattolo d’ovatta dove nessuno può vedermi, parlarmi, toccarmi.
Non so perchè ma ultimamente quest’ovatta mi si cuce spesso addosso, mi sento fragile ma non ho tempo per fermarmi ed allora inghiottisco e spingo giù, giù, sino in fondo sino a che la mia debolezza cade a terra scivolando dalle punte delle dita.
Sono così convinto che riesco a sentire il suono delle gocce della mia fragilità che scivolano come acqua da sotto le unghie e rimbalzano sino a rompersi sul marmo che mi sta gelando i piedi.
Forse non sarei dovuto andare via, ladro del silenzio della notte, l’ho guardata un’ultima volta ed un’ultima volta me ne sono innamorato.
Sfinita, con la sua pelle bianca di un candore verginale, bella come una venere botticelliana, impalpabile ai miei occhi, sembra un angelo disteso sulle mani dell’amore, questa serenità inquietante se penso l’animale che ho incontrato poco prima, insaziabile, contorta, difficile da gestire, da capire. l’ho guardata nel profondo ancora una volta, dal viso di donna spingeva con forza per uscire l’innocenza di una bimba, ma, non so proteggerti, ora non so proteggere neanche me, e me ne sono dovuto andare con l’acqua che mi sgorgava dagli occhi a formare un lago di tristezza dove lei camminava nuda, con il suo perfetto corpo trascinando dietro se il velo trasparente del mio immenso amore.

Era tanto che non dormivo all’aria aperta, sento i segni di questa panchina come graffi sulla schiena ma sono abituato a sopportare ogni forma di dolore, forse devo tutto a lei, a quel giorno che decisi di andar via e non chiamarla più di non considerarla più, mia madre.
Fumava con le dita ingiallite, i denti ingialliti, la sua vita ingiallita, colma di rimpianti che le esplodevano dagli occhi, mai una parola, mai un abbraccio, io ero il suo peccato originale. La amavo, infinitamente, nonostante le sue totali assenze, la amavo nei miei giovanissimi silenzi, negli occhi che non vedevo mai felici su di me, nel suo cuore impellicciato di vergogna, la guardavo pian piano scomparire nei giorni che si accavallavano l’un l’altro sino a quel giorno dove sentii la sua voce urlare il mio nome <<Loren, Loren!>> una, due, dieci volte, sempre più forte sempre più arrabbiata. Corsi da lei aveva il fuoco negli occhi <<E’ colpa tua, E’ colpa tua!>> mi grido più volte ed io ero lì minuscolo di fronte lei, con gli occhi a guardarmi la punta dei piedi come volermi piantare a terra per reggere il peso della sua rabbia, era totalmente fuori di se, non si rendeva conto che la creatura che aveva di fronte aveva solo sei anni, sei anni.
Continuava a chiedermi perché fossi venuto al mondo, a dirmi che era troppo giovane ed ogni giorno che mi aveva visto crescere era un giorno che avevo strappato alla sua bellezza e che era troppo buona perché avrebbe dovuto abbandonarmi ed invece mi aveva cresciuto sino ad oggi, mi, urlava sulla testa << Non hai niente da dirmi, parla, rispondimi!>> improvvisamente iniziò a girarmi tutto intorno, scomparsero i suoni, le luci, conobbi il nero assoluto, vidi me, dall’alto come se viaggiassi al di fuori del corpo, e nel nero accanto a me il profilo illuminato di mia madre, volevo risponderle, dirle mamma ti amo, mamma ti prego basta sono solo un bambino, volevo dirle abbracciami ma le parole non ne volevano sapere di uscire dalla bocca, ci provavo con tutto me stesso ed ecco che sentii le guance gonfiarsi, una bellissima parola si preparava ad uscirmi dalla bocca, la sentivo forte, decisa, piena d’amore per lei oramai dispersa nel delirio, ed eccola pian piano che spunta dalla bocca, leggera, l’avrei salvata era il mio messaggio d’amore gli occhi mi si illuminarono di colpo, stava uscendo tutta mi sentivo come uno scultore di meravigliose parole ma quando era quasi completamente fuori dalla bocca improvvisamente cadde a terra frantumandosi in mille pezzi. Il mio piccolo viso era là a terra contornato dai frantumi delle parole che non avevo saputo dire. Fu rinchiusa in un manicomio in non so quale parte del pianeta, non avevamo nessuno. Io e lei, ora neanche più noi stessi, io, disteso, spento su un lettino d’ospedale, lei, con le sue assenze nella stanza dei bottoni. Pian piano la dimenticai fu molto dura, dopo due anni fui affidato ad una famiglia, ma io, ero di mia madre o di nessuno, resistetti un altro anno poi volai, lontano o forse dietro un angolo nascosto di quella casa che non mi apparteneva, chiusi ancora la mia bocca ma questa volta lo decisi io. Se ci penso bene fu così che iniziai a scrivere, vene nere di dolore che erano tutti i miei silenzi come grida disperate tamponavano sui fogli o qualunque cosa mi venisse in mano, giorno dopo giorno, ora dopo ora, minuto dopo minuto, scrivevo e guardavo, ero corpo fatto da orecchie, occhi, mani, non avevo bocca, guardavo e come vi ho già detto toccavo con le dita per trovare i profili delle cose, poi chiudevo gli occhi e tra le parole che scrivevo la mia mano iniziava a reinventare forme e essenze, assenze. Senza cognizione di dove stessi andando davo vita alle mie crisalidi della mente, i primi passi verso quelle che un giorno avrei visto volare come splendide farfalle, sino a posarsi sulla bocca della gente e succhiare via rabbia, rancore e ogni angolo di nero. Non posso farci niente, sono un sognatore uno che spera che domani comprerà un quotidiano e questo avrà le pagine completamente bianche, non è successo nulla, nulla che valga la pena raccontare.
Cambiò radicalmente la mia vita da quel giorno, qualcosa di me rimase a terra sotto i cocci di quelle parole che non avevo saputo dire, non mi sentii più pulito, puro, come se non avessi mai smaltito il mio peccato originale, come se fossi in debito con non so chi ne cosa, ma me ne accorsi presto. Avevo circa sedici anni la prima volta, sono dovuto crescere in fretta, sentivo un’enorme bocca spalancata che mi correva dietro, avevo solo il desiderio di non farmi catturare, dovevo correre, correre. Ma forse ora penso di aver corso troppo forte, quando magari mi sarei dovuto fermare, e guardare il mio silenzio, e chiudere gli occhi e…quanti forse, oramai è andata così, nessun rimpianto non sarei mai stato quello che ora sono, uomo! Ero andato via di casa, da circa un mese, non mi sono mai riuscito ad inserire a in quella famiglia fatta di cellofan, troppa bontà, non ne avevo bisogno, volevo soffrire, amputare le mie colpe, dovevo fare uscire il dolore che mi torceva dentro, non l’avrei fatto certo con il loro perbenismo costruito. Volevo cambiare identità, trasformarmi in qualcos’altro, allontanarmi dal mio essere per poi tornare, e guardarmi dal di fuori, e giudicarmi. Dovevo rendermi perfetto, tagliente, comunicare con un solo sguardo ogni mio singolo pensiero. Iniziò a diventare una fissazione, la crisalide deve diventare una farfalla mi dicevo, iniziavo a controllare ogni mio passo, ogni mio gesto, il suono con cui facevo uscire le parole, diventò la mia ossessione, ricerca ossessiva di essere perfetto. Camminavo e guardavo il mio riflesso nelle vetrine dei negozi nei vetri delle auto parcheggiate, ogni posto che riflettesse la mia immagine, che mi permettesse di tenermi sotto controllo era perfetto. Mi ripetevo le parole che dovevo pronunciare nella testa, cercavo di cambiarne il suono, l’impronta, tutto doveva essere perfettamente bilanciato. Sedici anni, perfettamente bilanciato, è così assurdo se ci penso adesso ma quel modo di fare cambiò per sempre la mia vita, lo facevo per necessità e non mi stavo rendendo conto che di li a poco le cose non sarebbero più state le stesse, la mia vita avrebbe preso una strada impensata, un fantastico viaggio verso un mondo che ancora oggi mi appartiene, allora grazie madre, e grazie a quel bambino di sedici anni così testardo, così fuori dal mondo.
E’ una così bella giornata oggi, autunno, concatenazione di colori, ocra, arancio, gialli, rossi, trasportati nel vento e quest’odore di terra bagnata che mi scivola sotto il naso mi fa sentire vivo, libero. Se penso che me ne sono andato da lei perché dovevo correre, perché avevo perso troppo tempo, ed invece sono qua fermo in questo posto così lontano e così vicino da tutto, vestito di ricordi e tenerezza, come un fiore di cristallo pronto a rompermi al primo rumore. Sono fatto così, non posso farci nulla sento sempre il desiderio di andar via, non so fermarmi, una continua ricerca verso l’astrazione, ogni pagina che scrivo devo poi lasciarla indietro e forse di lei ho scritto anche troppo, capolavoro ormai compiuto! E ‘ che a volte il tuo capolavoro ti si imprime sul viso diventa una pelle, perfettamente aderente al corpo,una seconda pelle che vive di te, respira di te, si nutre di te, e ti etichetta per sempre. Lei è dura da superare, non riesco a farne a meno mi rimbalza nella testa come una cellula impazzita, è dura da ammettere, l’ho scolpita pian piano giorno dopo giorno, riempita di me per poi eliminare tutto fino a vederne perfettamente solo l’essenza, la leggerezza, che meraviglia la leggerezza! E torno sempre qui, nei miei sedici anni quando nei percorsi per costruirmi, inventarmi, incontrai sulla strada quell’uomo, cinquant’anni circa, scarno con un viso marcato dalla vita e due occhi azzurri, minuscoli tanto da essere penetranti. Mi fissava da un po’, fino a quando mi chiamò: << Cosa fai ragazzo?>>, la sua voce mi paralizzò ogni muscolo, in un attimo mi denudò di tutto. Fresco, assente, improvvisamente fatto di niente, svuotato della mia faccia sicura, non mi voltai, lasciai che mi chiamasse una seconda volta, avevo bisogno di sentire ancora quel suono caldo, roco, che aveva riempito lo spazio tra di noi. Eccola di nuovo, << sei sordo?>>. Allora non mi sono sbagliato, se avessi potuto chiedere una voce avrei voluto la sua, mi voltai come fossi ferro che cercava di opporre resistenza ad una calamite, inutile. I nostri occhi parlavano, i nostri corpi parlavano, ma le bocche mute. Mi sforzai di darmi un tono, cercai intorno per guardare qualcosa dove potermi controllare, correggere, niente da fare, ero preso! <<E’ un po’ che ti osservo>> mi disse continuandomi a fissare, non riuscii a dire niente più di un semplice mene ero accorto. <<Non è in quel modo che imparerai ad avere padronanza di te, quello che fai non ti basta, prima devi apprendere, devi avere coscienza di te>> ancora una volta mi denudò. Rimasi imbambolato chi era quest’uomo e cosa voleva dirmi? Non sorrise mai, quasi sembrava avercela con me, mi guardò ancora una volta, silenzio, poi avvicinandomi prese dalla tasca interna della giacca un taccuino e una piccola matita, scrisse qualcosa, strappo e mi disse <<Domani vienimi a trovare c’è qualcosa di importante che devi vedere>>, così, nello stesso silenzio con cui lo avevo visto comparire, se ne andò. Quella notte non riuscivo a dormire, quell’uomo rimbalzava dentro me da una parte all’altra della testa, provavo a chiudere gli occhi e si materializzava, la sua voce mi batteva i timpani, apri mi diceva, lasciami entrare! Guardavo in continuazione l’orologio, la lancetta sembrava improvvisamente aver perso la voglia di girare, contrapposta a miei desideri sembrava quasi voler tornare indietro. Ricordo che mi alzai più volte, cane inquieto della notte, mi alzavo, camminavo senza senso, dal letto alla scrivania, uno spazio molto breve, mi guardavo allo specchio, c’era lui sulla mia faccia, provavo a ripetere le parole che mi aveva detto, ad emulare la sua voce, quella profonda sicurezza, ma il suono che usciva dalle labbra aveva il solo effetto di irritarmi. Le mura della stanza mi si comprimevano addosso, mi sentivo come lui, la natura mi urlava contro, la notte mi urlava contro, i miei spazi vuoti mi urlavano contro, sì! Ricordo, pensai proprio questo, pensai a come ci si sente quando si è totalmente assorbiti da un evento, quando improvvisamente ci rendiamo conto che sulla strada che stiamo percorrendo, qualcosa di meraviglioso ha preso forma, ma, forse, era solo qualcosa che stavamo aspettando, qualcosa che era li da sempre, bastava amplificare i sensi! Pensai che quell’uomo aveva qualcosa di familiare, addirittura pensai per un attimo che fosse mio padre, o meglio sperai, non potevo averlo incontrato per caso, non credo al caso. Quest’ultimo pensiero scomparse dalla testa non appena lo finii di formulare, non avevo un padre e non potevo pensare neanche di averne, mia madre mi aveva concepito giovanissima e la persona che mi aveva iniettato dentro lei, non ha mai saputo che da quella notte fossi nato io, sono sicuro di questo! Il tempo intanto, continuava a non trovare una ragione finché, improvvisamente, quelle note riempirono la stanza, entrarono una ad una dalla finestra e con una danza leggera mi scivolarono addosso come mani delicate, mi chiusero gli occhi, lentamente, feci in tempo a guardare un’ultima volta la finestra, <<brilla la luna nella notte ostile!>>, fu questa l’ultima cosa che pensai. La città di sera aveva tutto un altro aspetto, spento il caos potevi finalmente dare senso alla vista, soffermarti sulle cose, nessuno che correva, aveva un altro senso il tempo. Era piovuto tutto il giorno, incessantemente, la strada tratteneva ogni immagine che aveva l'ardire di guardarla, un gioco di riflessi in movimento, strana poetica la natura! Improvvisamente immerso in un quadro impressionista ero d’un tratto, tra i colori disperati di Van Gogh, tra i frenetici colpi di luce di Monet, camminavo, senza riuscire ad alzare gli occhi dalla strada, cercavo di fermare la mia vista e liberare gli altri sensi, finché, mi fermai, guardai ancora la mia immagine riflessa in questo quadro straordinario, chiusi gli occhi, un minuto, forse un’ora, finalmente, le voci dei poeti come foglie morte al vento, mi investono ubriacandomi di gioia, sono dentro un quadro pensai, sono dentro la mia vita. Era stato come aver succhiato l’arte altrui, come iniettarsi nelle vene un concentrato d’adrenalina, in questo spazio mentale trovai la forza di entrare in quella porta, lì avrei rivisto l’uomo che mi avrebbe cambiato al vita. Una signora anziana dai modi gentili mi accompagnò al mio posto, c’erano molte persone, non so, cento, centocinquanta, tutta gente distinta, solo io , nei miei vestiti anche un po’ sudici di uno che vive da solo e vive con i pochi soldi che i suoi genitori adottivi continuano a versagli sul conto…non li ho più sentiti da quando me ne andai, ma avevano continuato sempre a darmi da vivere e visto quello che la vita mi aveva offerto prendevo volentieri! Era la prima volta che entravo in un teatro ma ne avevo un’idea ben diversa. Ero seduto in una grande stanza dove le seggiole erano poste su pedane leggermente inclinate per far si che chi fosse dietro non avesse problemi nel vedere. La cosa strana era il palco di fronte a me che ero in prima fila, era rialzato da terra si e no dieci centimetri. Avevo letto da qualche parte che il palco serviva proprio per distanziare l’attore dal suo pubblico, lo doveva porre in una posizione superiore, come fosse un Dio! Mentre pensavo a questa quantità di cose inutili cercando di guardarmi intorno e capire dove fossi capitato si abbassarono tutte le luci, dieci secondi di buio totale, silenzio assoluto, poi, una luce si accende al centro del palco, illumina una seggiola, vuota, sentii il sangue prendere velocità, il cuore iniziò a sfracellarsi nel petto, buio, tre suoni metallici tagliano l’aria, separati,netti gelidi, silenzio. Dieci secondi, venti, persi il tempo fra le dita. Ed eccola, improvvisamente riempire la stanza, come un onda che pian piano si avvicina tocca la punta dei piedi, sale su per le gambe, il tronco, sino ad esplodere nella testa, quella voce! <<Volevate vedere il teatro?>> <<Chiudete gli occhi!>>. Riuscivo perfettamente a percepire la distanza tra di noi, inizio a vomitare parole, con infiniti suoni cambi di timbro, urlava poi sussurri, le mie mani si strinsero ai braccioli della sedia, ero pervaso di note, non riuscivo a seguirne più il senso, disperato, cercavo di nascondermi nel nero, ma non è una tana il nero! Mi sentivo ancora più scoperto sbronzo di parole e all’improvviso, prese vita, quel gioco di suoni me lo presentò di fronte, andai oltre la luce, e mi illudevo di vederlo solo io, nel buio. Non so quanto parlò, so solo che sentii improvvisamente il vuoto, silenzio, pausa, << Bene signori, stasera avete visto il teatro>>, il tempo di lasciare liberi i muscoli del corpo e si riaccese la luce sul palco, di nuovo quella seggiola, vuota, tornò ad accendersi la sala, non volava un suono, poi un applauso, due, cento, fino a farsi bruciare le mani tutti in piedi di fronte al niente. Lui non uscì, non ringraziò e la gente con i volti pieni di soddisfazione iniziò ad uscire, in una gara per chi si avvicinasse prima ai camerini per vederlo andare via.
Faceva uscire parole che probabilmente neanche ascoltava, vomitava rabbia ed io rimasi immobile, neanche il minimo segno di reazione, volevo essere la spugna della sua disperazione.
Mia madre fu costretta a chiamare aiuto, non ne volevo sapere di riprendermi, ero come dentro un tunnel dove lei non poteva vedermi, aveva visto solo il mio corpo cadere improvvisamente dinanzi a lei, non sapeva quanto mi ero sforzato per cercare di parlarle, di darle coraggio, di dirle mamma ti voglio bene. Quella fu la prima volta che mi frantumai! Bambola di ceramica tra le mani di una pazza senza più alcuna identità.




Essere liberi da parole condite di miele e caramello che non servono a nessuno, servono a distrarre, ad allontanare dal messaggio reale, invece, una parola, quella giusta, allora si che…






Tutti accalcati nello spazio da dove probabilmente sarebbe uscito, io poco più dietro, non so se per la paura d’incontrarlo o perché odiavo, come oggi d'altronde, la gente che mi sta attaccata addosso e comunque non facevo parte di quella massa, tutti là per partito preso, con il solo desiderio di dimostrare il proprio stato di sensibilità, io no! Mi sentii chiamare, un ragazzo sui trent’anni mi disse che Victor mi stava aspettando fuori e che dovevo seguirlo. era dentro una macchina modesta, seduto dietro, accanto a lui una ragazzina di circa cinque o sei anni, il ragazzo mi aprì la portiera in un modo che trovai troppo amichevole, lui mi chiese di salire facendomi spazio sul sedile, aveva tutt’altra espressione dall’uomo che avevo incontrato il giorno prima. Era come se avesse lasciato dietro se una seconda pelle, come se il palco avesse trattenuto la sua anima, la sua rabbia e ne avesse liberato l’uomo nella sua più totale semplicità. Mi presentò, la ragazzina che era con lui, Julia, era sua figlia, una bellissima bambina con due grandi occhi che sembravano voler guardare tutto il mondo, un viso sveglio pieno di furbizia, e dei lunghi capelli scuri che le sfinavano il viso facendola apparire più grande della sua età. Mi chiese se avevo cenato, il volto era totalmente rilassato, anche la sua voce sembrava diversa, non c’era più niente di interessante in quell’uomo, era uno qualunque e questo mi mise a mio agio. Entrammo in una bella trattoria del centro storico, durante il viaggio non si era parlato, Victor probabilmente stanco della serata, mi guardava di tanto in tanto con un lieve sorriso, julia invece per tutto il tempo aveva guardato fuori dal vetro dandomi la sensazione di non essere molto gradito. C’era una bella atmosfera nel locale, ormai era tardi e si era quasi svuotato, ci accolse un grasso signore che odorava di tutto ciò che cucinava, salutò Victor con modi quasi di sudditanza, ci accompagnò in una stanza laterale a quella di ingresso <<il suo tavolo signor Victor!>>. Iniziammo finalmente a parlare, fu lui a rompere il ghiaccio chiedendomi che effetto mi avesse fatto lo spettacolo, ed io continuai, non mi rendevo conto di quello che dicevo, le parole fuggivano via dalla bocca, tutto quello che avevo trattenuto in teatro, i pensieri, le immagini che mi si erano presentate in testa, descrissi ogni più piccola sensazione e più parlavo più vedevo tornare in lui quello sguardo, quella posizione del corpo, i suoi silenzi il suo modo di ascoltarmi, erano più profondi di un dialogo, ancora una volta senza che parlasse mi stava dicendo qualcosa, mi stava insegnando qualcosa, ma come potevo capirlo, ero così giovane? Me ne resi conto molto più tardi, quando iniziai a capire che alcune cose nel momento in cui le viviamo sembrano incomprensibili, confuse, ma poi la mente senza che ce ne rendiamo conto elabora, mette tutto in dei cassetti che aprirà solo quando ce ne sarà bisogno, ci troveremo a fare delle cose che non pensavamo di sapere fare o di conoscere, senza renderci conto che erano già dentro di noi. Comunque la serata volò via, mi raccontò un po’ della sua vita dei suoi genitori nati in Russia e trasferiti in Italia, di come era nata Julia, e poi mi disse che aveva una scuola di teatro che portava avanti durante il giorno nello stesso posto dove aveva fatto lo spettacolo. Mentre parlava stringeva tra le mani quella della sua bimba, lei aveva un volto così sereno, di chi si sente protetta amata, il mio esatto contrario. Quando finimmo chiamò la persona che ci aveva accompagnato, di lì a poco eravamo sotto casa mia, mi fece un ultimo sorriso, anche Julia mi guardò stavolta con i suoi occhi grandi, li ringraziai di tutto, avevo passato una bellissima serata. Quella notte finalmente trovai una serenità che non sentivo da tempo, misi un cd e mi infilai nel letto, coccolato dalle note ripensai alla giornata trascorsa, avevo scelto la base musicale giusta, lo rividi ancora un volta, c'era un'altra immagine accanto al suo viso, tiepida, sbiadita, in quel momento non la capii.

Mi ritrovo di nuovo ad un punto di partenza, è facile prendere una decisione, molto meno metterla in atto, ci vuole poco a dire ok mollo tutto, da domani cambio! Si ma cambio cosa? Per uno come me sempre preda dell’istinto, con la voracità di volere tutto e subito, di pretendere da me più di quello che sono, ho troppi ricordi che riempiono il mio corpo, ho troppo amore per poter essere libero, Le sue confessioni, erano tutte qui, come acqua da bere scivolavano dentro me, non avrei mai pensato che fosse così non avrei mai pensato che… c’ero io indentro quel taccuino, io come non sapevo neanche di essere, io visto da fuori, da sempre. Il suo viso intanto assumeva tutte le espressioni della vita, con gli occhi chiusi, rapita da se stessa, mi gettava contro tutto il bello del suo mondo e le note iniziarono a descrivere una storia fatta di lei e dei suoi pensieri di donna. Di nuovo quel taccuino che iniziava così.
Negli spazi liberi di tempo suonava il violino non poteva farne a meno, suo padre era molto rigido con lei, l’aveva sempre trattata come una donna sin da quando era bambina, forse l’aveva privata della sua giovinezza ma lei sembrava non curarsene affatto. Solo leggendo quel taccuino mi accorsi, della sua fragilità, della donna che metteva il suo corpo, la sua anima in una bolla di vetro per liberare tutta la freschezza di fanciulla, ma poteva farlo solamente lì, nelle sue pagine segrete Sprofondai lentamente tra le lenzuola e la morbidezza di quel materasso, ero così stanco che non riuscivo a dormire, d’un tratto ricordo sentii, un rumore sul muro, come lo strofinare di una mano, poi ancora, avvicinai l’orecchio il rumore si fermò. Quando mi fui disteso nuovamente sul letto eccolo partire di nuovo, lento profondo, sollevai la mano ed iniziai a farla parlare. Cercavamo di seguirci, cercavamo con la mente di andare oltre le mura, iniziammo a strofinare i corpi, i visi, le bocche, feci lo sforzo più grande che potevo per amplificare ogni mio senso, dovevo continuare a sentirla e ballare con lei, una piccola distrazione e tutto sarebbe sfumato nel nulla. La parete si faceva sempre più sottile, mi sembrava di sentire l’odore del suo corpo che si scaldava, emise un suono, il mio piacere rispose, i nostri corpi erano oramai come vernice che si spalma su di un muro con le mani, colati d’amore e liquidi, ci stavamo dichiarando così, esplodemmo di piacere iniziammo a toccarci fino ad ogni angolo di intimità senza più pudore era come stare l’uno dentro l’altra, era come quando guardavo allo specchio ogni mia mossa, lei era il mio riflesso. Non aveva più paura la voce che usciva libera senza timore di chi potesse udire, improvvisamente fu come se tra noi si fosse aperta una finestra, e i nostri corpi l’uno di fronte all’altro esplosero ogni estasi d’amore, orgasmo dei sensi. Caddi sul letto stremato ed era come stare uno accanto all’altro dopo una notte di passione, godere nel silenzio di ogni piccola emozione, come due innamorati, come due. Avevamo vissuto qualcosa di unico, che non ci avrebbe più lasciati,eravamo andati oltre lo spazio, oltre i corpi, in un amore universale che si spense delicato nella notte Ecco il cerchio che si chiude, mi ha portato dove tutto era iniziato, su questa panchina dove era seduto Victor la prima volta che lo incontrai. INIZIO SECONDA PARTE No, non ci credo, non può avermi fatto questo, non può essersene andato così. (Continua...) Dov’è il mio violino, ho bisogno di suonare, di evadere, trasformarmi nelle note e venirti a cercare, ho voglia di farlo urlare così forte da romperne le corde, voglio gridarti tutto il mio amore farlo correre lungo le strade sino a colpirti in pieno petto Passò più di un anno da quel primo incontro, restai appesa ad un filo di vetro incomprensibile allora, fragile ad ogni minimo cenno di rumore, con quegli occhi che si esponevano ai sogni (Continua….) (Continua….) (Continua...)
ma libero da che mi domando, e soprattutto libero da chi? Ho fatto un percorso lungo a tratti devastante per arrivare ad oggi, a quarant’anni, e comprendere che in realtà quello che cerco è solo il punto di partenza. Ho fatto un giro grande quasi quanto il mondo cercando di costruirmi addosso un personaggio, cercando di rendermi complicato, diverso, per poi arrivare oggi a desiderare solo un po’ di normalità, la mia vera libertà! Sempre a correre dietro ad ogni estremo, ad ogni forma di evasione ma sono mai veramente evaso? Con lei ho toccato angoli infiniti, ho compreso i sensi, ho compreso l’andare oltre i sensi, ma non sono saputo tornare indietro, mi sono perso animale disperato, quando dovevo dirle basta, fermiamoci, guardiamoci in silenzio. Invece no! Ogni giorno una ricerca di stupirsi, di andare oltre noi stessi, andare oltre la passione oltre l’amore sino dentro l’inquietudine di non essere all’altezza, di voler portare a conclusione qualcosa che non ci apparteneva più. Se corri sino a farti scoppiare il cuore devi anche capire quando fermarti, e noi eravamo due, inquieti Romantici perversi, finiti l’uno dentro l’altra, aderenti, senza tregua. Sino a ieri notte, dove forse avrei dovuto solo dirle, proviamo ad essere normali, ma ho avuto paura. Il suo viso, delicata sfumatura riflessa nei miei occhi,
vorrei tornare indietro dirle eccomi sono pronto apri le braccia fammi distendere, proteggimi, in questa notte che non capisco più chi sono, respirami sul collo, e domani usciamo fuori, si là fuori , basta nascondersi in questa scatola di vetro, dietro la nostra immagine, usciamo fori di qui con semplicità, come fossimo chiunque. vorreitornare indietro dirle eccomi sono pronto apri le braccia fammi distendere, proteggimi, in questa notte che non capisco più chi sono, respirami sul collo, e domani usciamo fuori, si là fuori , basta nascondersi in questa scatola di vetro, dietro la nostra immagine, usciamo fori di qui con semplicità, come fossimo chiunque. C’è solo un piccolo problema, noi chiunque non lo siamo e forse non lo potremmo essere mai alla fine è per questo che me ne sono andato no? E allora basta vado oltre, vado oltre questo mio aspetto, oltre a questi miei capelli che il grigio sta sostituendo al nero, oltre a questa bocca consumata dai baci che ci siamo dati, dalle parole che ha gridato, sussurrato, oltre a questo corpo che pian piano perde forma, e soprattutto a queste mani, regalo della vita, che l’hanno così tante volte sfiorata, suonata. C’è un’immagine che non riesco a levarmi di dosso, di poco tempo fa, il suo corpo nudo che mi veniva incontro mentre gettavo nell’aria i rumori dei tasti del nostro pianoforte, in quel salone buio, vuoto, dove solo la luna aveva coraggio di affacciarsi, lei camminava come sospesa nel vento, le dita mi saltavano tra danze bianche e nere, sino a sentirla appoggiarsi sulle gambe, sentii i suoi seni premere delicatamente sul mio corpo, la testa mi si appoggiò sulle spalle leggera come le note che toccavo, si abbandonò a me. Non suonerò mai una musica più bella, era la perfetta trasposizione di quello che provavo, ero in estasi, in una totale, profonda, estasi.
Lei, delicata come il suono del suo timido violino, scivolata sul mio corpo come un velo di seta sino ad avvolgermi del tutto, lei, foglie d’anima su quel quaderno bianco che trovai poco tempo fa, pensieri sussurrati di una vita, intimità di una bambina che si faceva donna, lei parole che fanno battere il cuore.

Era uscita presto quella mattina, aveva le prove generali per un importante concerto. In quelle occasioni era solita alzarsi all’alba e fare una lunga passeggiata lungo le sponde del fiume, liberarsi di ogni cosa che andasse al di là della musica e trovare nei suoni del mattino la giusta ispirazione.
Mi alzai molto più tardi, andai in cucina per fare colazione, un caffé mi fa iniziare meglio la giornata poi una sigaretta, niente da fare le avevo finite, pensai che lei aveva sempre un pacchetto di riserva nel comodino andai a prenderlo, ed era proprio la in bella mostra, sotto un taccuino in pelle nera.
Sulla copertina aveva incollato probabilmente con del vinavil lettere ritagliate da un quotidiano, “Il bianco rumore dei respiri” questo era quello che diceva il collage di parole. La curiosità salì dentro me come spumante da una bottiglia appena scossa, lì c’era lei messa a nudo, le sue parole non dette, i riflessi dei suoi verdi occhi.
Mi vergognavo, stavo rompendo ogni forma di fiducia tra di noi, ma non potei resistere, divoravo le pagine una ad una tra orge di sensazione che si accavallavano l’un l’altra, descrizioni perfette minuziose di ogni suo angolo nascosto, i ricordi di bambina inconfessati, i desideri di una donna messi in atto, quanta profonda passione pensai, ero come un piccolo uomo che correva disperato in uno spazio indefinito che poteva essere ogni posto, ogni angolo di svolta, ogni cancello, nuove terre da scoprire del suo universo femminile.
Giunse la sera e non me ne ero neanche accorto, mi preparai di fretta per andarla ad ascoltare, ma la sua musica già suonava in ogni cellula che mi apparteneva, arrivai giusto in tempo per vederla entrare, restare sospeso in un breve silenzio mentre lo strumento appoggiandosi sul collo diventava la sua stessa carne, mentre il braccio destro si alza in aria per sferrare il colpo dell’inizio, chiusi gli occhi, le dissi, Ti amo splendida creatura, l’aria iniziò ad urlare il suo trattenuto amore!
Tra quelle note che aprivano le bocche, rendevano tesi i corpi, guardai come in un rallenty il film della sua vita partendo da quella volta che nascosta tra i vestiti mi guardava da bambina.

L’archetto vibrava, indomabile, sfiorava le corde, sale scende entra esce, danza di sesso con il cuore della musica, lanciava note che a folle velocità toccavano il pubblico, come un vento che ti investe all’improvviso, è un attimo ed è già passato, ma non hai tempo di prendere il respiro che torna ancora.
Piccola, ancor priva dei piaceri dell’eros ricordo quando me ne innamorai la prima volta.
Lo spettacolo era oramai terminato e Loren esausto sarebbe di lì a poco sceso in camerino, ero curiosa di vederlo nella sua segretezza, avevo dieci anni, due occhi grandi che avevano voglia di tutto, un fisico gracile che non faceva giustizia alla mia età, entrai nel camerino, mi nascosi tra gli abiti di scena e attesi.
Il tempo sembrava non passare mai, volevo solo che si aprisse quella porta per vederlo entrare, aspettavo quel taglio di luce nel buio che me lo avrebbe annunciato.
Un respiro, due, cento ed eccolo entrare finalmente, accompagnato dai clamori della folla, quello splendido ventenne con il potere di attrarre a se qualunque cosa, così giovane nella pelle ma già così profondo. Feci un grande respiro che si confuse con il cigolio della porta, immagazzinai quanta più aria potessi contenere, le gambe mi tremavano e non volevano saperne di fermarsi, avevo paura ma allo stesso tempo sentivo una gioia immensa, non capivo ancora perché mi fossi infilata là ma non avevo saputo resistere. Chiuse la porta con delicatezza, per un attimo fu il buio assoluto, poi una luce, leggera tiepida tremante si accese facendo comparire una parte del suo viso nello specchio.
Aveva il volto truccato, fu musica, un violino, lo strumento che da quando ero piccola mio padre mi stava insegnando a suonare, lasciai andare il fiato non ne’avevo più bisogno.
Si guardava allo specchio come se non si riconoscesse, quegli occhi neri contornati dal trucco me ne davano un’immagine astratta, iniziò con la mano a carezzarsi il viso, con estrema delicatezza percorreva i lineamenti femminei, era come se cercasse di ritrovarsi in quel volto che non era il suo.
Due righe nere, iniziarono leggermente a colorare le bianche guance, mi persi in quella incredibile dolcezza, iniziai a sentire i battiti del mio cuore aumentare di colpo, come avrei voluto che quegli occhi per un attimo potessero essere i miei, guardarci attraverso.
Iniziò poi con un piccolo disco di ovatta a portare via quella maschera intanto quel violino di fondo strillava quasi fosse la sua voce. Pian piano stava tornando in se , pian piano si riprendeva il corpo che aveva prestato al teatro, pian piano, pian piano.
Improvvisamente c’era di nuovo il ventenne riflesso allo specchio, improvvisamente Loren era tornato in se. Avevo solo dieci anni ma dentro il cuore gli riversai addosso tutto il mio improvviso amore.
E quella stessa musica stava suonando quella sera, grazie al suo taccuino mi ritornò in mente tutto, a sedici anni di distanza mi ritrovo con lei e mi sembra di vederla nascosta tra i vestiti, mi sembra di riprovare le stesse sensazioni di quel giorno, lo avevo quasi rimosso, o forse ormai sono abituato a prostituirmi all’arte senza chiedere nulla in cambio.
Mentre le ultime note mi piovevano sul mio corpo inerte pensai che anche lei nel suo camerino si sarebbe dovuta poi liberare della sua seconda pelle.
Finalmente la sera pian piano si è impossessata del mio spazio vitale, pervaso dai ricordi, incastonato nell’angolo dei dubbi inizio un viaggio senza meta.
Città meravigliosa questa, attraversata dal suo fiume di parole, dai pensieri riversati, città di storie raccontate tra i vicoli nascosti, un luogo dove posso far finta di esser solo.
Pozzanghere d’inchiostro con le storie d’ogni giorno, basta leggere, fermarsi un attimo osservare.
Si osservare non guardare, da ogni angolo sopra sotto, attraversare le pareti con i sensi, saper andare oltre.
E torna lei, quel suo diario è diventata una tortura per la testa non riesco a pensare ad altro, ad ogni passo il desiderio di voltarmi, chiudo gli occhi, non faccio che peggiorare la situazione, un caos di immagini si sfracellano sulle retine, battono violente vogliono spazio dentro me, non so oppormi ma le posso filtrare, posso rallentarle sino a vedere la prima, evidente e chiara, come la proiezione di una diapositiva nel buio.
Eravamo in un albergo, io, i miei trent’anni, lei, la nostra passione reciproca ancora non dichiarata.
Due stanze separate ma adiacenti, la serata ci aveva sfiniti entrambi,
lei si occupava di far si che gli spettacoli avessero tutto ciò di cui necessitavano, curava ogni dettaglio perché chi cavalcasse il palco potesse riversare la propria anima fatta di sola arte.
Mi appoggiai sul letto sfinito,lei era già nella stanza, la sentivo camminare, muovere qualcosa, poi si sdraiò sul letto ed entrammo nel silenzio.
L’alcool si fa spazio sgomitando dentro me, il Jack Daniels scivola a mescolarsi nel sangue come fosse acqua, con esso mescola tutti i miei pensieri e le immagini che vedo. La luce soffusa del locale mi nasconde, sono un’ombra soffusa tra i fumi del tabacco, adoro starmene in questi luoghi sottoterra, dove la gente si riempie di liquidi e sigari cubani, ascoltando jazzisti dalle dita incontrollate che inseguono le note,
sedermi su di uno sgabello con il mio wisky in mano, bere lentamente pasteggiando, bagnare il filtro della sigaretta nel giallo verde ambrato del contenuto del bicchiere e poi accendere e sentire il gusto alcolico mescolarsi al fumo al primo respiro, mentre aspetto, spetto.
Stare in luoghi con molta gente che non conosco mi fa stare bene, 
mi rilassa, riesco a guardarmi dentro, riesco a vedere la mia individualità altamente amplificata, come se improvvisamente, scomparisse tutto e restassi io.
Mi venne da pensare ad un quadro di Pablo Picasso che avevo visto molti anni prima alla galleria nazionale, un toro disegnato con poche linee schematizzato al limite possibile, ma la cosa che mi incantò non fu il quadro, quanto i passaggi che il maestro aveva fatto per arrivare alla sua opera d’arte.
Era partito da un toro disegnato in maniera anatomicamente perfetta poi con una lametta aveva iniziato a togliere pian piano tutto ciò che riteneva superfluo, c’erano tutti i passaggi, non ricordo quanti, ma alla fine con cinque sei linee aveva ottenuto un toro in maniera innegabile.
Quell’immagine non mi abbandonò più, pensai che tutto quello che stavo costruendo minuziosamente non era altro che il superfluo, e che dovevo invece diventare essenziale, diretto, trasformare il mio modo barocco, in una fase d’avanguardia.
Lo stesso giorno decisi di andare a trovare Victor, mi recai in teatro, erano circa le dieci del mattino di una giornata freddo inverno, nascosto sotto la mia grossa e pesante sciarpa di lana arrivai sulla porta d’ingresso, c’era un grande cartello che diceva che si stavano facendo provini per la scuola di recitazione, era passato quasi un anno dall’ultima volta che avevo visto quell’uomo e proprio quel giorno ebbi il bisogno di tornare da lui. Superai tutti i miei pensieri, osservai per un’ultima volta il mio corpo riflesso nel vetro, e coprendomi fino sotto gli occhi con la sciarpa entrai.
La sala era completamente al buio, in fondo, la luce che si proiettava sul palco ne rendeva astratti i contenuti, cercai di fare meno rumore possibile e mi andai a sedere su una seggiola in fondo, era lo stesso Victor che avevo visto in scena quel giorno, meraviglioso istrione che riempiva ogni spazio della scatola scenica. Era incredibile come il suo corpo riempisse lo spazio vuoto, la sua voce i suoi movimenti si immobilizzavano sul legno del palco come vere e proprie scenografie.
Iniziai a vedere ciò che non c’era.
Nella sua camicia bianca sblusata e i pantaloni neri disegnava armonie rabbiose, tirato in viso , con i capelli scapigliati e sudati, stava mettendo alla prova un aspirante attore che ad ogni suono scompariva sempre più nel nero, indietreggiando, annullandosi del tutto, durò meno di quanto si potesse immaginare, Victor, cambio viso << Avanti un altro >>.
Seduta in prima fila riuscii ad intravedere sua figlia, Julia, non so perché ma mentre la guardavo da un angolatura traversa si voltò verso di me, i suoi soliti occhi grandi affamati.
Ero convinto che non mi avesse visto.
Ed ecco la prossima vittima mi dissi osservando la ragazza che lentamente si concedeva alla scena, magra come il vento, portava in viso un’aria di totale spavalda arroganza, tornò al suo posto prima del suo predecessore.
Ci furono altri ragazzi, uno addirittura scese dal palco piangendo, Victor non aveva pietà, la sua provocazione era senza il minimo rispetto, lo odiavo in quel momento, odiavo il suo modo di frantumare sogni, speranze, mi dicevo che non c’era bisogno, mi dicevo… <<Loren Plumbè>>.
Una mano mi prese per il colo, stringendo la trachea tra le dita, il mio respiro, scomparso, annullato azzerato. Come aveva fatto a vedermi, si ricordava ancora il mio nome, ma non c’era tempo per pensare mi aveva chiamato, anzi aveva urlato il mio nome, non potevo tirarmi indietro.
Non segui i pensieri ne le riflessioni che cercavano spazio dentro me, mi alzai lasciando che il corpo fosse il mio unico padrone e nei passi che faci per attraversare il corridoio centrale per raggiungere il palco, mi dissi solamente di non tirarmi indietro, di non pensare a nulla di quello che poteva accadere, di liberare ogni gesto istintivo.
Lasciai lentamente cadere il giubbotto dalle spalle e senza aiutarmi con le mani tolsi le scarpe, volevo essere come lui, un corpo in una leggera camicia e i miei jeans trasandati, essenziale.
Non feci in tempo a salire sul palco che subito mi fu addosso, iniziò a provocarmi, a prendermi in girò, ma non indietreggiavo mai, il mio corpo benché molto più gracile si contrapponeva al suo che mi pressava, cercavo di capire dove stesse andando, cercavo di anticiparlo di essere pronto a rispondere ad ogni sua mossa.
Ma la sua voce era così perfetta da far tremare ogni mio suono, non riuscivo a guardarlo negli occhi, stavo cadendo, era fatta, la mia unica possibilità scivolava come olio tra le dita, in un attimo rividi tutto il mio passato, pensai a mia madre, alla mia infanzia negata, ai tagli che ogni giorno la vita non si era risparmiata di farmi addosso, ma ero vivo, non avevo mollato ed allora lo fissai dritto negli occhi con tutta la sincerità che mi poteva appartenere <<vuoi il teatro da me, vuoi la mia sincerità?>>, lo sentii indietreggiare leggermente, <<questo è il mio corpo dato in dono al teatro>> urlai strappandomi la camicia che cadde dietro alle spalle, <<ed ora, ti do la mia sincerità!>> , privo di ogni forma di controllo e completamente assente al me stesso fisico diventai un me teatrale,
staccai con decisione la lametta che portavo come una catenina al collo, finora convinto fosse solo un ornamento, la feci scintillare alzando la mano sotto le luci, poi con gesto veloce e deciso mi feci un taglio superficiale sull’addome.
Un senso di freddo mi attraversò improvvisamente, piccole lacrime rosse si confusero tra le dita che stringevano la ferita, poi caddi sfinito sul palco con il sorriso sulle labbra, quel giorno avevo donato il mio corpo al teatro.
Per la seconda volta nella vita ero entrato in uno stato di trance, forse ero già attore da bambino e non me ne ero ancora accorto o forse ero solo un pazzo che non reggeva le emozioni.
Quando apri gli occhi, trovai il viso di Victor che mi teneva tra le braccia e gli occhi grandi di Julia, improvvisamente dolci, familiari.
Ero svenuto per pochissimo tempo ma gli avevo fatto una gran paura, questo mi disse aiutandomi a rimettermi in piedi. Sentivo solamente un leggero bruciore alla ferita che nel frattempo aveva già smesso di sanguinare.
Avevo ancora un po’ di confusione in testa, non ricordavo bene cosa fosse accaduto, julia continuava a guardarmi mentre camminavamo, suo padre mi aiutava a stare bene sulle gambe, non parlava lo vedevo pensieroso.
Dentro sentivo scorrere un a gioia immensa, era come se con quel taglio avessi asportato anni e anni di sofferenze trattenute, come se la lama avesse tagliato non la mia pelle ma uno strato superficiale nel quale mi ero imprigionato.
Esplosi, nella più totale libertà, incosciente di cosa realmente quel gesto sarebbe poi significato per il resto dei miei giorni.
Arrivammo nel camerino di Victor, mi offrì un bicchiere d’acqua, mi fece sedere su un piccolo divano a due posti, <<Rilassati meravigliosa creatura>> mi disse con il viso più dolce del mondo come quello di un padre che mette a letto il suo bambino prima di dormire.
Julia si sedette su di un baule poco di fianco, tenendo le gambe strette al petto e il piccolo delicato viso che si intravedeva tra le ginocchia mi fissava come fossi astratto.
Victor, mi strinse le spalle, <<Loren, quello che è successo oggi cambierà per sempre la tua vita, ora non puoi più tirarti indietro, noi abbiamo una missione comune, rappresentare dovunque la nostra idea di tetro della libertà>>, 
cosa intendeva non lo capii affatto, io non avevo nessuna idea di teatro della libertà, ma sentivo che dovevo seguirlo, feci un cenno con la testa di consenso, mi abbracciò, anche la bimba si alzò dal piccolo baule e si strinse in quella stretta, avevo una nuova famiglia e una vita davanti a me tutta da raccontare.
Ho voglia di suonare, liberare la mente concentrarmi sulle note, ascoltare le pulsazioni del cuore ed espellere ogni forma di nero dal corpo, concentrarmi sui respiri degli altri musicisti. Quel pianoforte vuoto mi sta chiamando da un po’,
è inutile fare finta di nulla, da quando sono entrato che lo fa, vuole le mie mani ed io odio trattenermi ma ho la testa che mi brucia, in totale confusione.
Chiudo gli occhi, tolgo le voci della gente, i rumori dei liquidi che riversano dovunque, tolgo, le risate carnose,i rumori di seggiole e tavoli, le voci di ogni singola persona, come se avessi un magico strumento abbasso l’audio superfluo, solo loro oro adesso, insieme, un perfetto ed unico suono.
Ma se voglio vivere di loro, con loro, devo riuscire ad andare oltre, devo sentire ogni singolo strumento, ed ecco il primo, il sax, concentrati Xavier, non pensare a nulla solo la musica, solo quella adesso.
Inizio a sentire il charleston vibrare, le bacchette strofinare le pelli dei tamburi, mentre un sono più sordo portante nasce dal piede del batterista, lo guardo,il suo corpo vibra con tutto lo strumento, ora sento perfettamente anche questo, vado oltre.
Sorda, rapida sicura, sfiora le note e fugge via, entra ed esce tra il sax e la batteria, si insinua da sola in un percorso che sembra solitario ed invece aprendo totalmente i sensi ecco l’ultimo strumento, il contrabbasso, caldo quasi impercettibile, ma è lui la grande mano che stringe tutto, è lui che guida,ed e qui che devo entrare.
È incredibile come improvvisamente uno strumento immobile possa prendere vita con il solo tocco delle dita, è un gioco meraviglioso di vibrazioni, risonanze,materiali, corde, in un attimo sono con loro, mi sono fuso sino a diventare un’unica candela che brucia la fiamma della musica.
Dove vanno le dita non lo so, non mi interessa, sono loro la mia bocca adesso e tu, non sei, meraviglia!
Ti ho distolta dai pensieri ora, o perlomeno mi sto illudendo di farlo, sto cercando di farlo.
Come vorrei vederti entrare da quel corridoio, stretta nel tuo giacchetto di lana, alzare gli occhi dal piano e vedere i tuoi grandi occhi seguirmi le dita, la bocca, l’anima.
Dio, questi musicisti sono meravigliosi, vivono di note, è un continuo inseguirsi, guardarsi di sfuggita e <<LOREN, LOREN!>>, la sua voce frantumò il filo del mio tentativo di equilibrio.
Improvvisamente sento ogni poro della pelle dilatarsi, come ha fatto a trovarmi, lei fatta di pioggia e tenerezza, proprio come la stavo immaginando, stretta nel suo giacchetto di lana, con i capelli fradici e gli occhi assenti ai sorrisi, con le gambe sottili che si intravedono sino agli stivali.
Batto sui tasti ma non ci sono risposte, la musica perde forma i jazzisti si fermano, conoscono bene il senso del tempo.
Com’è strana la vita pochi secondi fa pensavo a Victor, a quando mi chiamò per salire sul palco, ed ora sua figlia con quella stessa voce, ma non c’è nessuna performance che mi attende, solo la verità, la sua bellezza, la sua presenza che mi turba.
La sua voce ha paralizzato tutto, si aprono le pareti di questo luogo al cielo, agli spazi indefiniti, mi fissa per un attimo ed è già qui tra le mie braccia, <<Non lasciarmi sola, non lasciarmi sola Loren>>.
La stringo più forte che posso, combacia perfettamente alle forme del mio corpo, ora sono completo, ora vorrei solidificarmi con lei, diventare marmo,
e sentire lo scalpello di Michelangelo, dare un ultimo colpo sui nostri corpi ed esclamare: Ecco l’amore!
Provo a parlare, ma lei mi magia il fiato dalla bocca, la chiude con baci delicati e veloci, poi mi appoggia le dite sulle labbra, le sfiora delicata lenta e nascondendosi trai capelli che mi cadono sul collo <<non parlare, usciamo ti voglio portare in un posto!>>.
Scende dalle mie gambe riprende il viso di donna se lo mette addosso, guarda tutt’intorno ogni sguardo della gente, sorride togliendosi un piccolo ciuffo di capelli che si era posato sulle labbra e vestita del suo velo di trasparente amore
Ha il potere di lasciarmi senza fiato, di stupirmi ogni volta che la incontro anche quando vivevamo insieme, una continua evoluzione che non sai mai doveva vuole arrivare.
Forse è proprio questo che ci lega, il continuo cercare di stupire tutto e tutti anche chi vive e respira la nostra stessa aria, questo desiderio di voler fare di ogni momento un momento unico, un po’ quello che cerco quando scrivo, in ogni capitolo che getto sui fogli cerco di fare in modo che questo sia speciale, cerco di farlo vivere insieme a tutto il resto ma allo stesso tempo di rendergli una vita propria che non dipenda da nessuno.
È lei è così tanti capitoli che vivono da se ma essenziali alla sua storia.
Ha il potere di vestirsi dell’immagine che vuole, di trasformare il corpo ed ogni sua espressione della vita, passa senza che neanche te ne accorgi dai suoi cinque anni alla donna che ancora deve diventare, e tu sei lì a chiederti ancora cosa sta succedendo.
Niente non sta accadendo niente è solo Julia e il suo disperato senso della vita, è solo Julia ed il suo bianco rumore dei respiri.
Il giorno leggero chiede permesso alla notte, la città pian piano inizia a prendere vita, noi in questo taxi verso i sogni di Julia, verso quel qualcosa così importante per lei, sconosciuto per me.
Il tempo scorre non fa rumore, oggi non ha importanza,. La guardo è non è cambiata affatto, sempre i suoi grandi occhi che guardano al di la del vetro, sempre la bambina che scrive sulle nuvole i pensieri, in quel suo splendido riflesso che me la rende microscopica, indifesa,vorrei stringerla a me, ma qualcosa mi frena.
Il volto stanco, struccato, totalmente gracile, foglio di carta trasparente dove scrivere a getto
ma lei non sa d’amore, lei ha l’odore della passione, della carne, lei, un animale assetato del mio sangue di ogni goccia d’arte che il mondo versa.
Bella tanto da essere intangibile, come una burattinaia tiene stretti i fili delle sue marionette, ne compone i versi, il tempo, lei che con la sua innocenza tira tutti a se.
Chiunque vorrebbe stringerla tra le braccia in quest’attimo di silenzio, chiunque cadrebbe dentro quella sottile lacrima che le sta graffiando la guancia.
Bugiardo, ho solo paura di tornare indietro, di non sentirmi all’altezza, di non essere quello che lei crede.
Ma come posso resisterle, lei ha la mia stessa pelle, i miei stessi rumori, perle di vetro nella bocca che riflettono ogni angolo di noi, ce le siamo scambiate ogni giorno.
Siamo ormai infetti l’uno dell’altro, e mi domando, è forse questa la vera libertà?
Libertà da quanto tempo cerco di darti un senso, quante volte ho pensato di toccarti e quando ero convinto di averti raggiunto, improvvisamente mi sonrovato prigioniero.
<< C’è una cosa che voglio darti prima di arrivare dove stiamo andando>>, ha in mano il suo taccuino. Per un attimo mi sento scoperto, forse ha sempre saputo che avevo letto quelle pagine <<non mi importa se poi deciderai di andare via, portalo con te, sono io, sei tu>>.
E’ proprio vero, sono io, è lei, siamo noi ad un punto tale che sembra scritto da me, lo stesso stile, gli stessi respiri, lo stesso modo di guardare il mondo, la vita.
Mi sto facendo schifo, ho infestato il suo attimo incantato della mia ipocrisia, non ho saputo leggere nei suoi lineamenti ed ho avuto paura di non essere il suo desiderio dominante. Povero angelo,
avrei dovuto saperlo, bastava aspettare d'altronde mi ami da sempre, non hai mai frequentato nessun altro uomo oltre me. Forse è proprio questo il punto, solo me.
Con finta indifferenza apro una pagina a caso, inizio a leggere mentre le lettere si staccano dai fogli, 
Le candele come ballerine infuocate danzavano alle carezze dell’aria, era quattordici dicembre, il mio ventiquattresimo compleanno. Il camino bruciava lingue di colore, ero stanca, sfinita, un'altra performance, un altro delirio della mente di mio padre e Loren. Ormai inseparabili, instancabili, seguendo un ritmo che sapeva di inumano, prove su prove, spettacoli, partenze, modifiche, aggiunte, amputazioni.
Il teatro della libertà non era più un sogno e i due meravigliosi attori, continuavano a prostituirsi all’arte, completamente dentro una meccanica che non si poteva più fermare. Erano anni in cui la gente aveva bisogno di credere in qualcosa di speciale, intangibile, erano anni di provocazioni, di desiderio di cambiare, troppo stanchi di subire. C’era il la voglia di seguire un sogno di poter dar sfogo alle rabbie trattenute, un punto luce da seguire e loro, per molti diventarono quella luce. Non finiva tutto sul palco, quello era solo uno dei mezzi di condivisione, fu tutta la loro esistenza che prese forma in quella direzione, si tramutarono in animali fatti d’arte ad ogni respiro, musica, poesia, voce, pittura.
Un’ossessione nel divenire perfetti, nel divenire membra totalmente protese all’arte. Pensavano che questa era la vera libertà.
Loren era un organo perfetto, disposto a deturpare ogni singola parte di se, non c’era limite che si ponesse davanti se l’arte chiama sotto qualunque forma lui risponde, anche a costo di invadere d’osceno quella bellezza delicata che la natura gentilmente gli aveva concesso.
Mio padre si specchiava negli occhi del giovane ritrovando la sua stessa voracità, era tornato ad avere trent’anni, a camminare a piedi nudi nel suo sogno, era tornato a vivere.
Ed io ero sempre la defilata e affascinata, ci credevo totalmente, per me quella era la vita, loro e il mio violino.
E quella notte lo strumento ebbe ancora una volta il sopravvento, tra le candele lo afferrai, iniziai a suonare, delicata quasi impercettibile camminavo nella stanza a piedi nudi nella mia bellissima vestaglia di seta madreperla, sfiorando le corde, assorbendo le luci.
Una musica dolce appena accennata verso il cammino che mi invocava, persi l’abito di seta in un assenza di rumore, mi inginocchiai poggiata su di un fianco
mentre il fuoco dava vita alla mia immagine sul corpo del violino.
Sentivo il caldo invadermi, senza alcun pudore camminava sul corpo, iniziaii a sudare, la luce del fuoco accese un riflesso sul mogano del violino, trovai li il mio viso.
Finalmente ero sua, mi aveva imprigionato nei riflessi, proprio come la vita faceva con Loren, siamo entrambi schiavi dei riflessi di noi stessi.
Posai il lo strumento di fianco a me, aveva fatto il suo dovere, iniziai a piangere lacrime che volevano spegnere quel fuoco, lacrime di gioia che cercavano l’azzurro mentre andavo a conoscere intima ogni angolo del corpo.
Nelle solitudini della notte trovai solamente me stessa e il mio violino ma non me ne accorgevo, non potevo rendermi conto che mio padre non volendo mi aveva reso sola, mi aveva tolto la possibilità di decidere da sola, di sbagliare e confrontarmi, di essere semplice.
Ero maledettamente complicata, maledettamente autosufficiente anche ai piaceri del corpo o almeno questo era quello che credevo sino a quel momento.
Mi lasciai cadere sul letto sfinita, ancora piena di fuoco, chiusi gli occhi, d’un tratto ero figlia di tutti gli elementi. Acqua, che avevo cercato disperata tra le gambe e gli occhi, terra, che avevo contaminato di ogni mia più piccola emozione, aria, convulsa nella gola, affannata alla fuga, carezze tenere alle labbra, fuoco, bruciante ardore, ansimante desiderio di spegnerne la fiamma.
Affondata sul letto mi immaginavo sospesa in un bianco paradiso, vergine, ma con la mente piena di peccati, iniziavo a sentire la stanchezza ad ogni singolo muscolo.
La porta si aprì piano con un suono stridulo, i suoi passi, un rumore soffocato, tornai a bruciare viva mentre fingevo di dormire.
Alla bocca mi accostò una rosa,
la posò con cura, l’odore della pelle mi risvegliò i sensi, Loren.
Tolse con estrema delicatezza i capelli dal collo, dal viso, fece partire la mano in una decisa carezza dal fondo della schiena su per tutta la spina dorsale, il corpo si accartocciò come un foglio da buttare.
Una punta fredda inizio a camminarmi sulla schiena, ero bianca pronta ad assorbire tutto il suo inchiostro, a diventare poesia.
Iniziò ascrivere stando attento a non farmi male, totalmente devota al suo desiderio perdo la consistenza di essere umano per divenire la sua tela.
La penna si stacca definitivamente, << Non ti muovere!>>.
Lo sento allontanarsi per tornare poco dopo, sto immobile non mi volto a guardarlo, si siede accanto a me.
Ancora l’invasione degli elementi della vita: terra, svuotata, solo noi, aria, il suo respiro che si avvicina, fuoco, brucia entrambi, acqua, gelida che sento improvvisamente scendere da una spugna che mi passa sulla schiena, cancellata.
Sterile di parole e di reazioni mi abbandonai al suo volere, esplosi di rosso, i corpi si fusero insieme, la mia vita ormai era sua.
Non mi disse mai cosa avesse scritto, ma non mi importa, volevo essere sua volevo sentire quel corpo fatto d’arte dentro, sentirmi come sospesa per le gambe colma di piacere senza nessun punto d’appoggio.
E quella notte si addormentò accanto a me aderente ad ogni linea del corpo, tra le sue braccia sicure feci un sogno.
Eravamo all’aperto, in collina, un grande ed antico albero al centro del verde si ergeva imponente, ad un ramo erano legati due lenzuoli bianchi. Ognuno apparteneva all'albero da entrambe i lembi formando un’altalena.
Mi disse di spogliarmi e salire sull’altalena.
Intorno a noi solo il verde sconfinato mescolato con l’azzurro del cielo, sesso di colori, salii, mi aggrappai con le mani al bianco, lui mi invase, mi tolse la sicurezza del bianco tenendomi solo per i fianchi, mentre le gambe appoggiavano sui due lenzuoli iniziò ad amarmi con tutta la passione che avevo in corpo, sussurrandomi poesie mi disegnava come solo lui poteva fare, lasciandomi, senza nulla a cui aggrapparmi tranne quel piacere che mi inarcava, era dietro la mia schiena, avevo gli occhi tesi verso l’infinito, un amore in volo, estasi nell’estasi.
Scese la notte, spuntarono le stelle e noi ancora la a respirare la luna, il giorno passava a velocità ossessiva, le nuvole correvano nel cielo mosse dal vento, tutto mutava velocemente meno che noi.
Mi svegliai improvvisamente era ancora la, lo strinsi a me, tornai a dormire.
Ecco cosa mi da Loren, lui fa godere la mente, va oltre i semplici piacere del corpo, inizio a fare l’amore con lui quando in realtà abbiamo già finito, è quello che mi lascia dopo, sono i sogni in cui mi immergo.
Sa darmi qualcosa che posso fare mio quando voglio, sa mettermi in una stanza con una luce che vive solo per me,...
<<Loren,... Loren, siamo arrivati!>>
Fa freddo, la vedo tremare, mi tolgo il cappotto, Julia ne ha più bisogno di me, la stringo tra le braccia. Forse non dovrei farlo, una persona che decide di andar via non può abbracciarti, ma non resisto.
<<Perché Loren, perchè hai deciso di andar via?>>.
Non riesce a guardarmi in faccia.
<<Non ho deciso nulla Julia, ho solo bisogno di ordinare la mia vita>>
La mia ennesima bugia.
<<Sai perché siamo qui?>>.
<<Forse, ma vorrei me lo dicessi tu>>.
<<Qui hai conosciuto mio padre, hai iniziato a capire chi eri e dove volevi andare>>.
<<Si…e ripartirei da qui altre mille volte se potessi>>
<<Allora fallo!>>.
Si volta improvvisamente, le braccia chiuse al petto mi premono addosso, si nasconde in me.
<<Ti prego non lasciarmi sola, non ce la faccio, ho solo te>>.
Piange ancora, devo lottare contro tutte le reazioni improvvise, ogni minuscolo angolo che mi appartiene la desidera come non mai, ma non posso farlo le farei solo più male, farei male a me.
<<Per favore Julia, è inutile,non servirebbe a nulla, a nessuno>>.
Si allontana improvvisamente, sento gelo adesso, ha un altro sguardo inizia a perdere il controllo.
<< Non te ne puoi andare, hai detto che eravamo una cosa sola, che non mi avresti mai abbandonata, che ero il tuo capolavoro, non puoi lasciarmi adesso!>>
<<Sono cambiate molte cose, ed è passato molto tempo, troppo>>
<<No Loren, sei cambiato tu, le cose potrebbero essere sempre le stesse, sei tu che non vuoi…ti ho dato ogni parte di me…>>.
Non l’avevo mai vista così, disperata, sempre sicura di se, forte da sembrare non avere sentimenti ma era tutta una facciata. Perché non ti sei mai sfogata, perchè hai gettato sempre tutto dentro, questo volevo vedere da te, questa tua normalità, la tua fragilità, le debolezze. Ha sempre riversato tutto nel suo violino e nell’amore per me mostrandosi inarrivabile da tutti. È questo che cerco, ma ho paura che sia solo un momento portato dalla paura di restare sola.
<<Per favore, non te andare>>
<<Mi dispiace Julia, io ho paura di te!>>.
Ormai ho deciso, non posso tornare indietro, non mi devo voltare, morirei nei suoi occhi se solo li sfiorassi. Abbandonarla è come tradire ogni mio desiderio ma devo averne la forza, tutta questa storia non ha più senso.
Mi sono allontanato abbastanza, ho troppa voglia di guardarla un’ultima volta, da qui non potrà vedermi ma a me basterà per affrontare più sereno la mia scelta.
Avrei voluto trovarti voltata a seguire il mio camino, avrei voluto sentire ancora la tua voce che mi urlava di tornare invece, come sempre ti sei abbandonata al vuoto, ai tuoi sguardi verso il nulla, tenendo tutto dentro per poi magari scrivere un’altra volta il tuo taccuino e finire per sentire ancora quel rumore bianco dei respiri.
Che uomo è uno che sceglie di andar via e pochi passi dopo vuol guardarsi indietro, che uomo è uno che sceglie di andar via e vuole che colei che ha abbandonato lo cerchi ancora, che uomo è?
Da quel giorno tutto è andato pian piano crollando, le nostre insicurezze hanno lasciato entrare acqua nelle crepe, volevamo essere la diga del mondo ma non c’eravamo accorti che le nostre mura si erano marcite.
Eppure ti amo! Di un amore folle, contrastato, sublime carezza, rabbioso schiaffo, le tua bocca mi attrae ma hai il veleno tra i tagli delle labbra ed io poesia, evaporo dai piaceri della carne.
Addio Julia, il nostro tempo si ferma in questo spazio tra quello che eravamo e quello che non saremo mai ma nessuno potrà negarci ciò che siamo stati.
Abbiamo scritto pagine indelebili sui quaderni del tempo, non siamo stati spettatori ma protagonisti indiscussi, sacrificati al fine, probabilmente non giustificati dal mezzo.
Quello che dovevamo essere insieme lo siamo stati ed il tuo continuare a non voler cambiare adesso non ha più senso, non si vive di ricordi, bisognava andare avanti con in tasca la polvere d’oro del nostro passato, allora si che tutto sarebbe stato meraviglioso.
Il giorno si apre su di me come il mantello di un antico cavaliere che sfreccia sul prode destriero verso l’ultima battaglia, ma sono stanco adesso e forse è solo il caso di cercare un albergo dove potermi riposare.
FINE PRIMA PARTE
JULIA
Solo stanotte era immerso nel mio corpo, solo stanotte delicate vene rosa sulla pelle, noi nei sogni e poi più là.
Loren non puoi farlo proprio adesso che tu solo sai quanto ho bisogno di te.
Non puoi darmi la vita e togliermela d’un tratto e poi perché, non lasciarmi cadere mi è successo troppe volte.
Mi manca l’aria, mi si torce lo stomaco, sono l’ombra sui muri, il fiore nero di questo giardino, ho bisogno di fumare, di riflettere, forse mi sto agitando per nulla, forse tra poco torna, senza le sue braccia cado.
Il suo odore si esprime forte su questo lenzuolo, mi vesto per un attimo di lui, forse mi sto agitando troppo, mi siedo di là e lo aspetto, adesso torna, mi porterà dei fiori.
The Concert Artist 12 x 16" oil on panel 1995 (William Whitaker)
<<LOREEEENNN!>>.
No julia, non fare così non perdere il controllo, non ce la può fare senza te, ti ha tatuata addosso, non sa vivere in altro modo che con te. Improvvisamente sento i colori attenuarsi, pian piano ogni sfumatura si disperde, porta via la mia bellezza, una goccia mi percuote la testa, pesa, é piena di lui.
Forse devo solo bere dell’acqua, rilassarmi, ora apre la porta, lo ha fatto tante volte. Riportami i tuoi occhi, rendimi le mani, toccami sono un entità perversa, ma dio sa quanto ti amo.
Affogo, non so cosa mi succede ma so che stavolta sei andato via per sempre. Ma come posso stare calma, stanotte l’ho amato più che mai, ho tremato e pianto mentre mi nutriva d’amore, non potevo pensare che poi stamattina sarebbe sparito così. Mi hai reso bella, resistente al vento, mi hai fatto guardare infondo a me stessa, senza te sprofondo, sei tu che hai iniziato a farmi amare. No Loren, non ce la faccio per favore, torna, sono fragile, ho paura, per favore fammi volare ancora. Il dolore cade a terra, batte, mi toglie il tempo, mi ritrovo improvvisamente dentro un quadro, mia madre, la sua collana di perle, il primo amore che ho perso.
Devo fermare in pensieri, nascondermi da questa folla inferocita che mi sta correndo addosso, trovare lui, nei ricordi anche se sento ancora le sue mani che mi suonano la schiena, io, strumento bianco avorio. Lenta Julia, scivola lenta, stringiti, abbracciati, pensa, è l’unico modo per riportarlo da te. Chiudi gli occhi adesso, nel rosso, nel vostro splendido e urlante rosso.
Coccolatemi pensieri, mi abbandono a questo mono-tono, sono nuda, perplessa, sono un bicchiere da riempire, chiudo gli occhi adesso scusate,
HO BISOGNO DI VOLARE.
Ringrazio Little squaw per la seconda foto di questo post
Le sue parole come gondole si disperdono tra i canali della mia femminilità, spogliata e rivestita mille volte, mi ha curata, pettinata, lavata, mi ha nutrita.
Ogni giorno come fossi il suo capolavoro ha esaltato la mia essenza, mi ha difeso da ogni cosa per poi lasciarmi qui, sola e disperata, in questa casa dove tutto sa di noi.
Da quando lui e mio padre si sono uniti ha abitato qui, mi ha tenuto sulle gambe che ero poco più che una bambina. Il ragazzo che da piccola mi teneva sulle ginocchia è diventato il mio uomo, ho amato solo lui, per tutta la vita, solo lui e il mio violino. Noi non siamo altro che gocce di rosso scarlatto che cadono dalla punta di una penna al centro del mare, questo mi ha detto una volta Loren ma quel rosso si deve essere sbiadito dentro lui.
Tormentato come un cane randagio che nella notte cerca qualcosa da mangiare, in continua lotta con se stesso, alla ricerca di un’inesistente perfezione, malato d’arte, sempre convinto che tutto ciò che aveva fatto era da lasciare dietro le spalle.
No, non ce la faccio mi manca tutto, ogni cosa che guardo mi grida il suo nome, lo sento camminare,
brillare in controluce ad ogni apertura di questa casa, sto impazzendo.
Respira, Julia, respira, lui torna.
Avevo cinque anni, era il mio compleanno, mia madre, vista solo in un quadro nel salone, morta dandomi alla luce, io, stavo diventando il suo prolungamento d'esistenza. Microscopica e bella, due occhi grandi e dolci, piena di tenerezza, mi si poneva di fronte tutta la vita. Mi alzai prestissimo quella mattina, piena d’agitazione corsi in camera di mio padre.
Lo iniziai a scuotere, brillavo di luce, era il mio giorno e nessuno doveva dormire.
Chi ti ama ha sempre un sorriso da darti, anche se lo svegli urlando aprendo gli occhi sa dirti, auguri amore mio.
Mi strinse forte, giocammo un po’ sul letto poi, mi disse di avere una bella sorpresa per me, di non muovermi e chiudere gli occhi. Con l’attesa stretta al petto strinsi gli occhi più forte che potevo, un suono, breve corsa di brividi alla schiena seguito da mio padre e quel violino che mi segnò la vita.
Era di mia madre, qui dentro c’è tutto di lei mi disse bussando sul corpo di legno, impara a suonarlo, la conoscerai.
Quel giorno cambiò tutto di me, due piccoli strumenti si unirono sarebbero diventati necessari l’un l’altro, non avevo scelta, mio padre aveva deciso per me.
Lo presi, me lo strinsi al corpo e corsi in camera, lo appoggiai con cura sul letto,
iniziai a toccarlo parlandoci come fosse vivo, poi con l’archetto provai a sfiorarlo, suonò, suonammo.
Iniziò così con quella nota stonata tutto il mio percorso, dal desiderio di regalarmi mia madre per diventare mia madre, ma in quel momento pensavo solo di essere speciale, di essere la bambina più fortunata del mondo, e che di quel violino avrei fatto la mia vita.
Era il primo grande segno che mio padre mi marchiava sulla pelle, non potevo sapere che di lì a poco ne avrei ricevuto uno ancora più profondo e oggi non posso farci più nulla, ormai sono questa e non ho voglia di cambiare, mi disperdo tra le note, volo via.
Sono un angelo caduto sopra il cielo di nessuno, mi strappo via le ali e questo lenzuolo che sa troppo di te,
non so cercarti così.
Senza la tua pelle addosso, scavando dentro me, capendomi di più allora forse potrò trovarti, partendo dal principio senza nascondere più nulla, iniziando da dove ti incontrai la prima volta.
Non sapevo chi fosse ne da dove venisse, aveva deciso mio padre ed era giusto così, me lo ritrovai in macchina, silenzioso, intimorito ma con gli occhi che trattenevano luce.
Non riuscivo a guardarlo, mi voltai verso il finestrino c’era la vita che scorreva, banale e sorprendente mi lasciavo rapire da ogni piccolo dettaglio.
Qualcosa però era già successo perché non mi ero mai sentita così turbata di fronte a qualcuno, mio padre conosceva molte persone, di ogni genere, ero abituata ad avere sconosciuti intorno. Non potevo capirlo a quell’età, posso solo ritrovare oggi, nei ricordi, l’imbarazzo che si contrapponeva alla curiosità e il viso di quella bambina che cercava di restare indifferente anche ai sorrisi di suo padre.
Mi colpì il suo viso, gli occhi perle nere appoggiate sul velluto bianco, veniva voglia di guardarci dentro ma soprattutto era un uomo solo perché si chiamava Loren.
Quel viso neutrale, poteva diventare qualsiasi cosa,
doveva solo imparare a trasformarsi ad aver coscienza di se.
Mi accorsi realmente di questo la prima volta che feci l’amore con lui, la sua espressione si plasmava ad ogni gemito, aveva improvvisamente tutti i volti della vita, era nato così, attore di se stesso.
In quella macchina in quel ristorante mi accorsi solo che avevo una grande voglia di guardarlo, piccolo fiore incuriosito da un raggio di sole.
mi addormentavo senza sapere cosa significasse tutto ciò.
Non avevo ancora sei anni quando tra i passi rimbombanti del palco lo vidi tornare e donare la sua vita a mio padre e a quell’idea di teatro della libertà per non andarsene mai più almeno sino a ieri.
Me lo ricordo disteso, privo di sensi, con il sorriso che disegnava le labbra tra le braccia di nostro padre. Si da quel giorno lui fu accolto in casa nostra come un figlio, come uno della famiglia, era il mio fratello maggiore ormai e anche se non sapevo dimostrarglielo questa cosa mi riempì di gioia.
Arrivò con una piccola valigia, tutta la sua vita, piena di fogli scritti e pochi vestiti mal ridotti, era tutto quello che si portava appresso.
La nostra casa era molto grande la sua presenza scaldò ogni angolo e soprattutto la sua stanza, iniziò a scrivere sui muri, ogni giorno, i suoi pensieri si stampavano là indelebili dove respirano tutt’ora.
Non c’e’ un minimo spazio di muro che ha lasciato libero, frasi sparse, il racconto di una vita e la sua grande passione, la pittura. Tutto in nero sui muri bianchi mai un accenno di colore, entrare in quella camera era come danzare nei pensieri di Loren,
Quando la nostra storia iniziò, quando i più profondi sentimenti avevano lacerato ogni barriera che ci eravamo posti di fronte, lui smise di chiudere a chiave quella porta.
Non dimenticherò mai la prima volta che entrai, chiuse la porta e vi si appoggiò con la schiena mentre io mi perdevo in quell’infinito ed incomprensibile romanzo.
Mi guardava in silenzio, forse cercando di capire le mie emozioni ma io ero solo stupita e allo stesso tempo smarrita nel bianco, iniziavo a leggere un punto ma poi qualcos’altro mi chiamava ed io rispondevo, a bocca aperta come voler risucchiare ogni segnale per poterlo racchiudere nella mente e leggerlo con calma nella mia intimità.
Fu come dirmi eccomi, sono io, nulla più di ciò che vedi, improvvisamente mi si avvicinò, mi spinse contro una delle pareti,
La camicetta che portavo si strappò, forte e delicato mi rese nuda di tutti i miei vestiti.
Attaccata al muro diventai un nuovo spazio bianco da inventare, << resta ferma, non ti muovere>>.
Le sue mani intrise di pittura mi scivolarono per tutto il corpo sino riempirmi la schiena i glutei le cosce, tutto, poi mi voltò, ci unimmo.
Sollevata dalle sue braccia premendomi la schiena contro il muro inizio ad amarmi, avrei voluto esplodere di rosso e spruzzare veli di passione per tutta la stanza, solo alla fine mi accorsi cosa fosse successo. Nelle pareti, la forma del nostro amore si era stampata come un sigillo di cera, il mio corpo era là tra i muri, sul pavimento, tra le lenzuola, mi aveva inventata ancora.
Essere sua, essere strumento, pennello di Loren, era quanto di più potessi desiderare, sapeva costruire un mondo fatto solo per noi, tutto il resto non esisteva più.
Era una questione di tempi, di veloci comprensioni taciute dei desideri dell’altro, ascoltare ciò che non si dice e darsi, affidarsi totalmente nelle mani dell’altro, questo era il nostro amore.
Come un cieco che si lascia guidare nel buio non voluto, ecco cosa sono io con Loren una donna senza vista che si affida al suo accompagnatore, sa che ogni passo che farà non troverà alcun ostacolo ma solo nuove soglie infinite di piacere.
Avrei voluto rimanere per sempre cosparsa di colori e sentimento, inumidire la pelle trattenere l’olio del colore nella sua totale corposità, restare dipinta nell’amore e derubata di ogni sofferenza come una venere botticelliana,

Ma ogni quadro perfetto, bugiardo, ha una sua conclusione, la mia è arrivata adesso.
Improvvisamente vorrei tornare bambina, rivederlo mentre si toglie il trucco in camerino, tornare ad essere gracile piuma sulle sue ginocchia e poi volare indietro risucchiata in un recesso che mi riporti al punto di partenza sino ad essere risucchiata dall’utero, di quella madre che non ho mai conosciuto, per poi rinascere ancora e rivivere tutto sino a ieri e lì, fermare il tempo tra le note, mentre le sue dita rimbalzano sui tasti
